C'è un paradosso che attraversa in modo silenzioso l'intero settore delle costruzioni italiano, di cui tutti sono coscienti, ma che pochi hanno il coraggio di affrontare: il lavoro c'è, i fondi ci sono, la domanda è crescente, ma a mancare sono ancora tecnici e operai.
I numeri lo confermano senza margini d'interpretazione. Secondo un'elaborazione del CRESME su dati Excelsior e ISTAT, nel 2025 le imprese di costruzioni italiane esprimono un fabbisogno complessivo di circa 548.000 unità lavorative. Di queste, ben 344.000 — il 59% del totale — risultano difficili da reperire sul mercato. E la causa principale, per il 62% dei casi segnalati, è semplice: i candidati non ci sono.
Siamo di fronte non a una crisi della domanda, ma a una crisi dell’offerta e questa ha radici più profonde di quanto si possa pensare.
Una criticità che viene da lontano
Per capire dove siamo, c’è bisogno di dare uno sguardo al passato. La grande crisi del settore edilizio infatti, tra il 2008 e il 2018, ha lasciato una “cicatrice professionale” profondissima: oltre 600.000 posti di lavoro nelle costruzioni andati perduti in soli dieci anni. Una generazione di operai, carpentieri, posatori e tecnici di cantiere che ha dovuto reinventarsi altrove o emigrare.
Quando il settore ha ricominciato a crescere — prima con i grandi cantieri infrastrutturali, poi con l'accelerazione del Superbonus e fondi PNRR — quella manodopera non c'era più. E quella più giovane, nel frattempo, aveva scelto percorsi diversi.
L'ANCE infatti aveva stimato, per il solo PNRR, un fabbisogno aggiuntivo di 64.400 lavoratori nelle costruzioni nell'anno di picco dell’erogazione dei finanziamenti. Parallelamente, Banca d'Italia aveva calcolato che l'intero programma avrebbe richiesto circa 300.000 nuovi lavoratori nel suo complesso. Numeri che il mercato, come abbiamo potuto sperimentare direttamente, non è stato in grado di esprimere.
Perché i giovani non scelgono il cantiere
La questione demografica è reale: la forza lavoro edilizia sta invecchiando rapidamente, e il ricambio generazionale è del tutto insufficiente. C’è però qualcosa di più sottile che spinge i giovani lontano dal settore, e che vale la pena far emergere senza giri di parole: il cantiere ha un problema di immagine.
In Italia, probabilmente, lavorare nell'edilizia viene ancora percepito come una scelta residuale — qualcosa che si fa quando non si è riusciti a fare altro. Questa narrativa è tanto falsa quanto radicata. Un carpentiere esperto oggi guadagna più di molti laureati. Un geometra con competenze BIM e gestione di commessa è una figura quasi introvabile. Un termoidraulico o un elettricista specializzato in impianti industriali può costruirsi una carriera solida e ben remunerata in pochi anni.
Il problema è che nessuno IN-FORMA. La scuola orienta i ragazzi verso percorsi tradizionali, i genitori spingono verso le lauree universitarie, e il cantiere rimane uno spazio mentale abitato da chi non ha alternative. Nel frattempo, in Germania, Austria e Svizzera — dove il sistema duale di formazione professionale è consolidato — un elettricista o un muratore specializzato è una figura rispettata e ben pagata, e i giovani intraprendono tali percorsi professionali con maggiore convinzione.
Il nodo della formazione
Ci teniamo però a chiarire un aspetto importante: la criticità appena descritta non può essere ridotta ad una semplice “mancata informazione”. Deve altresì essere connessa a fragilità sicuramente più profonde. Il sistema di formazione professionale italiano nel settore edile è frammentato, sottofinanziato e spesso scollegato dalle reali esigenze delle imprese. Gli ITS (Istituti Tecnici Superiori) dedicati al settore costruzioni stanno crescendo, ma partono da numeri molto bassi. In parallelo, le casse edili gestiscono numerosi percorsi formativi, ma la loro capillarità è molto inferiore rispetto alla domanda.
Emerge inoltre che il gap più critico non riguarda solo manovali o carpentieri. Tocca soprattutto profili intermedi — capi cantiere, tecnici di commessa, responsabili della sicurezza, coordinatori delle lavorazioni specialistiche — figure che richiedono anni di esperienza sul campo e che, purtroppo, non possono essere formati in aula. Profili che, una volta persi, richiedono anche oltre un decennio per essere recuperati.
Differenze geografiche e di cittadinanza
Guardando ai dati con una prospettiva più ampia, ci accorgiamo che quelli forniti dal CRESME mostrano un'altra dimensione del problema, spesso ignorata: nel Sud Italia, la manodopera straniera nel settore costruzioni si attesta attorno al 6%, contro una media del 20% nel Centro-Nord. Un potenziale inespresso enorme, che richiede politiche di integrazione lavorativa strutturate e sostenibile.
Perché le soluzioni esistono, almeno parziali e provvisorie: come l’automazione e la prefabbricazione per ridurre il fabbisogno manuale, la revisione delle politiche sui flussi migratori qualificati e gli incentivi per l'apprendistato nel settore. Ma sono soluzioni parziali, appunto. L'unica risposta strutturale richiede un cambio di passo nel sistema formativo, una narrativa diversa intorno al lavoro tecnico/manuale e, soprattutto, imprese che investano seriamente sull’uomo oltre che sull’innovazione tecnologica.
Noi di Cetola S.p.A. crediamo che le persone siano il vero patrimonio di un'impresa di costruzioni. La nostra storia - nata dal lavoro di pochi operai in un piccolo Comune della Daunia e cresciuta grazie alle competenze di chi ha scelto di farne parte - ci ha insegnato che le grandi opere diventano possibili solo grazie al sacrificio e all'impegno di donne e uomini dalle grandi competenze. Quelle donne e quegli uomini, noi non smetteremo mai di cercarli. Quelle donne e quegli uomini sono già oggi Cetola S.p.A.
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